Itinerario 2

Arpino

Itinerario 2: Quartieri Civita Falconara e Ponte

Da Piazza Municipio, dove soprattutto d’estate si svolgono manifestazioni e spettacoli (fra i quali il Gonfalone e il Certamen Tullianum), si imbocca la via del Liceo, fiancheggiata a destra dalla chiesa della Santa Croce del sec. XVII. Ci si trova poi di fronte ad uno spiazzo con una bella fontana di epoca tardo rinascimentale. Al di sopra della vasca rialzata, dalle linee sinuose e l’orlo svasato, si innalzano due massicce torri con l’aquila sovrastante, simbolo della città. Sullo sfondo, osserviamo il fantasioso prospetto del portale del palazzo che un tempo fu di proprietà della famiglia Conti.

Ci si dirige quindi, attraverso una strada tortuosa e ripida, verso l’interno del pittoresco quartiere di Civita Falconara. L’abitato vi appare raccolto entro un sistema autonomo di mura in opera poligonale, che pur ricostruite in epoca tardo-repubblicana (prendendo il posto di più antiche fortificazioni), sono nondimeno una prima prova che su questa altura vi fosse l’originario centro volsco, così come risulta del resto dai recenti rinvenimenti di materiale arcaico lungo il costone del colle della Civita.

Lungo il percorso, si susseguono diversi palazzi di bell’aspetto (dei secoli XVIII – XIX). Sulla sinistra, il Palazzo Morricone presenta sulla facciata caratteristici balconi con le ringhiere in ferro battuto. Più oltre, sulla destra, una lapide murata sulla parete esterna di un’abitazione, ricorda il deputato arpinate Angelo Incagnoli. Quando la salita tende ad addolcirsi, sempre a destra, sostiamo davanti al Palazzo dei Marchesi Battiloro. La catena visibile ai lati del portale d’ingresso è segno del diritto di asilo, concesso a questa dimora signorile dal re di Napoli Carlo III, dopo esservi stato ospitato nel 1744.

La strada sbocca poi nella suggestiva piazza Santa Maria della Civita, che costituisce il centro del quartiere ed è dominata dalla bianca facciata della chiesa di Santa Maria Assunta, in cui il rincorrersi di linee curve e spezzate, sottolineate dagli improvvisi volumi aggettanti, sottolinea gli effetti compositi propri di un gusto tardo barocco. La chiesa risalirebbe, nel suo primo impianto, al sec. XI. Alle sue prime fasi architettoniche potrebbe riferirsi un interessante fregio, scandito in riquadri (metope) ed inserito alla base del campanile, ma purtroppo difficilmente osservabile per la sua posizione. Esso presenta diverse figurazioni umane e simboliche, ancora non adeguatamente studiate.

Poco sappiamo del periodo medievale, ma su una lapide nell’interno della chiesa (sulla destra) si legge che essa fu riconsacrata agli inizi del XIV secolo. L’edificio è stato inoltre quasi completamente rifatto alla fine del Settecento e restaurato a più riprese (1929 e 1958). Murata in alto, sul fianco sinistro della chiesa, vi è un’iscrizione, il cui testo permette di postulare l’esistenza in epoca romana, probabilmente proprio nell’area della piazza, di un tempio dedicato a Mercurio Lanario. Altre due iscrizioni della stessa epoca accennano a torri folloniche, necessarie, come è noto, per la lavorazione della lana. E verosimile che le due torri si trovassero ad Arpino, ma in un luogo dove scorreva l’acqua (presso il ruscello Riviete?).

L’interno della chiesa è suddiviso in tre navate. Appena entrati, a destra, notiamo un’iscrizione posta a ricordo del soggiorno ad Arpino del re di Napoli Ferdinando IV e della moglie Maria Carolina. Fra i dipinti della navata destra, citiamo alcune tele settecentesche: San Pietro di C.M. Griffon, San Francesco e San Giovanni di scuola romana, San Sebastiano e San Girolamo di Anonimo.

Nel corridoio della sacrestia, si conservano una Crocifissione del Voiren (1712) e vari ritratti di ecclesiastici e di benefattori; nel presbiterio due tele di scuola romana (seconda metà del Settecento): Sogno di San Giuseppe (a destra) e l’Annunciazione (a sinistra). Sull’altare, in una teca, è visibile la statua lignea della Madonna con Bambino, preziosa scultura medievale, rivestita di ricchi abiti settecenteschi. Per una serie di confronti, la statua è databile al sec. XIII. Il simulacro, particolarmente venerato dagli Arpinati, viene portato in processione il 15 agosto, fungendo da supporto una “macchina” in legno dorato, accuratamente scolpita e arricchita con diversi graziosi angeli dall’intagliatore Michele Stoltz (sec. XVIII). Altra statua lignea qui conservata è quella del “Redentore adolescente” di Ludovico Sangermano (1851 – 1924), apprezzabile intagliatore ed architetto.

Nell’abside, le due statue (San Pietro e San Paolo) sono opera dello scultore arpinate Mariano Pisani. Nella cupola, come nella chiesa di San Michele Arcangelo, è sistemata la tela attribuita al Cavalier d’Arpino, con la severa figura del Padre Eterno. Nella navata di sinistra, vicino all’ingresso, un’iscrizione ricorda la visita di Carlo III di Borbone ad Arpino nel 1744. In questa navata è sistemata una tela di San Giacomo della seconda metà del sec. XVIII.

Di fronte alla chiesa, si innalza il Palazzo Quadrini, dalla decorosa facciata, sul cui portale si nota, sulla chiave di volta, in rilievo, il particolare stemma. Attraverso la via E Ciccodicola o da uno dei suoi vicoli laterali (sulla sinistra), si giunge al Largario Riccia, dove sorge il Castello di Ladislao, che nella facciata e nell’interno poco conserva della sua originaria struttura. La sua prima denominazione, quale risulta in un documento angioino del 1269, era quella di castrum Pescli Falconarie. In documenti della stessa epoca si citava anche quella che era allora la cappella del Castello, dedicata a San Nicola (poi trasferita nel quartiere Ponte). Nel luglio del 1409 vi soggiornò il re di Napoli Ladislao d’Angiò Durazzo, da cui prese la definitiva denominazione.

Nel 1623, lo scrittore arpinate Clavelli osserva va che”: ..così nobile abitazione abbandonata e da gran tempo disabitata, addita ai riguardanti la compassionevole ruina che tuttavia se ne corre con dispiacevole veduta e quasi con irrimediabile riparo”. Dalla pianta di Giovanni Andrea Primo Campione abbiamo un’idea perlomeno approssimativa della planimetria dell’edificio. il castello, che sembra ormai destinato alla rovina, ingrandito, divenne sede, sino alla fine dell’Ottocento, del lanificio dei Ciccodicola. Nel primo dopoguerra vi fu collocato un orfanotrofio e durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato come ospedale militare; ha poi ospitato, per circa 20 anni, l’Istituto Tecnico Industriale per Chimici e dovrà, infine accogliere la Fondazione Umberto Mastroianni con le sue raccolte.

Si lascia il Largario Riccia non senza aver ammirato il panorama sottostante e, seguendo la via che segna il perimetro del castello, si ha modo di osservare l’alta parete che ancora conserva in buona parte l’antica tessitura muraria, con blocchetti piuttosto regolari. Si giunge poi alla chiesetta della Madonna di Loreto, a pianta poligonale, realizzata in uno dei torrioni medievali delle mura arpinati. All’interno, oltre all’affresco centrale secentesco con la Madonna, qui traslato dalla chiesetta della Consolazione, si possono osservare due dipinti di N. Cassevano del terzo decennio del sec. XVIII, che illustrano appunto due mornenti della traslazione e sono particolarmente interessanti perché ci propongono l’edificio del Castello, così come era anteriormente alle sue più radicali trasformazioni. Subito dopo la chiesetta, sull’accentuata curva stradale detta “la Mezzaluna”, ci si può affacciare dalla sommità del ripido costone della “rava”, su un panorama da vertigine, con lo scenario sul fondo di una serie di grigie colline. Si scende poi verso il centro cittadino, per la via Caio Mario, incontrando dapprima la chiesetta di San Rocco, anche questa realizzata in un torrione della cinta muraria, quindi costeggiando un bel tratto di muro in opera poligonale, con un’alta torre medievale, a più piani, discretamente conservata. Ripercorrendo via Liceo, si gira poi a destra, imboccando il Corso Tulliano, costruito nel 1870 su un sistema di costruzioni ad arcate.

A destra, su una lapide murata sulla facciata di una casa, si legge che lì nacque il musicista Carlo Conti. Più avanti, sulla sinistra, aldilà dell’artistica inferriata, si distingue, per l’eleganza delle linee, l’ottocentesco Palazzo Quadrini, che presenta un colonnato di stile neoclassico. Proseguendo, sulla destra si nota il Palazzo Sangermano, attualmente di proprietà comunale, dove nel 1923 i Padri Barnabiti fondarono la Scuola Apostolica Venerabile Castelli. Attiguo al Palazzo, si estende un ombroso parco con alberi secolari.

Subito dopo, sulla sinistra, una parete di roccia tagliata, con una serie di fori di alloggiamento per travi, è l’unico resto di una monumentale fontana romana di età repubbicana, ancora attiva nel 1965. Essa presentava un portico con tre piloni in opera quadrata. L’acqua sgorgava da un anfratto che si apriva su un’ampia rupe, costituente la parete di fondo. Al di sopra del portichetto, vi erano delle vasche che regolavano e rendevano continuo l’afflusso delle acque. Anteriormente, vi erano dei muretti in opus incertum. Di tutto il complesso, scomparso per l’incuria degli uomini, rimane la documentazione fotografica.

Il Corso Tulliano termina con la Porta del Ponte, da cui si svolgeva un percorso romano in direzione dell’attuale Fontana Liri. Aldilà del ponte, sino al secolo scorso, vi erano concerie, mulini e frantoi, che nelle diverse lavorazioni impiegavano le acque del ruscello Riviete (= Rivus vetus).

All’inizio della via Vittoria Colonna, salendo per la monumentale scalinata, si entra nella chiesa di Sant’Antonio da Padova, di origini quattrocentesche, distrutta dal terremoto del 1654 e poi riconsacrata nel 1727. L’interno, di stile barocco, presenta una sola navata affrescata. Sull’altare maggiore vi è una tela di Autore ignoto con l’Immacolata Concezione e Santi. A sinistra dell’ingresso vi è un pregevole Crocifisso ligneo di Michele Stolz. Negli ambienti attigui vi sono diversi quadri, fra i quali una tela attribuita al Cavalier d’Arpino, con la Vestizione di Sant’Antonio.

Dopo il bivio per Santopadre, è situato un grande edificio, che nel passato fu uno dei più importanti lanifici di Arpino. Intorno, si apre un grande parco con alberi secolari. Tornando indietro, si imbocca via dell’Aquila Romana, antico decumanus del centro romano; su di essa si affacciano palazzi settecenteschi e ottocenteschi e la chiesa di San Domenico, di stile barocco, che dovrebbe accogliere provvisoriamente il progettato Museo di Archeologia Industriale riguardante l’arte della lana. In un vicolo adiacente, una loggetta con piccoli archi è quanto resta dell’antica abbazia di Sant’Onofrio, soppressa nel 1584.